LO SCRIGNO DI LATTA

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La lampadina pendeva dal soffitto, all’estremità di un mazzetto di fili intrecciati. Una chiazza di luce stava isolata al centro del tavolo, tutt’attorno buio; attorno al tavolo noi, seduti in un rassegnato silenzio. La luce tagliava il volto dell’anziano contadino in segmenti incerti; ferite d’ombra invadevano ogni ruga che solcava il volto, la mano batteva ritmicamente un dito sulla superficie del tavolo, facendo risaltare a tratti la fede d’oro all’alone incerto del lume.
Era meravigliosamente fresco, ed era buio. Mi chiedevo quanto avremmo dovuto aspettare prima che il vecchio decidesse, ed intanto vagavo con lo sguardo sulle pareti nude della stanza. Notai due crepe che salivano dal pavimento e si diramavano in piccole fratture, disegnando un albero spoglio sul muro. Un ramo scompariva dietro un mobile; poco sopra un ragno, col suo corpicino grande quanto un chicco di riso, sobbalzava leggero su lunghissime zampette. Si mosse verso il soffitto come un batuffolo di polvere sospinto da un soffio.
Distolsi lo sguardo per seguire le linee sottili di luce che si riflettevano dall’esterno sulle stanghe di legno delle persiane, chiuse. Il ragno, intanto, era scomparso in qualche anfratto, forse si riposava mollemente su una ragnatela nascosta alla violenza della luce, oppure era vigile ad aspettare qualche insetto da avvolgere nella sua tela evanescente. Il vecchio continuava a ticchettare col dito sul tavolo, mandando un rumore netto e secco: mi ricordò il suono di una noce sbattuta distrattamente sul tavolo del soggiorno, in un inverno nevoso della mia infanzia. Il tavolo aveva il piano grande ed era di legno duro e scuro, venato d’un colore appena più chiaro. Tentai di ricordare più particolari potessi: ricordavo la televisione accesa e i colori mandati dal tubo catodico che si riflettevano sullo specchio degli occhiali, stesi sul tavolo, i libri sparsi anch’essi sul tavolo, e il volume di matematica che sembrava così grosso! Ricordavo una pagina piena di formule che non voltai per tutta la sera, la testa poggiata sul tavolo (che tutto ospitava sul suo piano immenso), un braccio lungo disteso come cuscino e la noce nella mano che faceva toc! … toc! … toc!… Non le mangiò nessuno quelle noci, in casa mia non piacevano a nessuno, e chissà per quale motivo erano state comperate: forse per qualche ospite o per la veglia di capodanno.
Un insetto bianchissimo, lungo quanto un fermaglio per capelli, mosse freneticamente le sue zampe lungo il muro, fino a nascondersi dietro ad un piatto di ceramica appeso alla parete, unico ornamento di tutta la stanza. La bocca del camino, che si apriva sotto il bianco occhio di ceramica, rifulgeva di una tenebra densa e vischiosa; immemore d’essere il profeta della luce, s’era fatto profeta del buio. Alcuni denti cariati sorgevano ai lati del ripiano inferiore, al limitare di un mucchietto di cenere – vecchie bottiglie di vetro.
Giuli mi sembrava stanca. Rovesciò la testa all’indietro e mandò aria nell’aria; sul volto si stese la luce della lampadina. Scrutando sotto le palpebre che nascondevano l’azzurra iride dei suoi occhi cercai di capire dove stesse vagando la sua mente, e vidi chiaramente i suoi pensieri proiettati sulle pareti della stanza, come una quadruplice diapositiva. Rosso giallo verde azzurro, un colore per ogni parete: una distesa di papaveri, un campo di grano, un prato mosso dal vento e il cielo senza nuvole. Quattro fotografie dei suoi pensieri che, in un turbinare di libellule, uscivano dalla stanza e vagavano per la meravigliosa primavera che si era impossessata della campagna circostante.
Trasalii per un istante quando sentii un grosso insetto che camminava sulla mia caviglia, ma capii quasi subito che quella, che mi ero figurata come un orribile scarafaggio, era in realtà la punta della scarpa di Giuli, la quale di sotto al tavolo grattava delicatamente la mia gamba. La guardai per capire cosa volesse e il suo sguardo, appena s’incrociò col mio, corse subito al dito del vecchio che aveva smesso di battere gli infiniti istanti della nostra attesa, e s’era fermato a mezz’aria.
“Bene, bene” – fece il contadino; poi sputò sul pavimento, prima di chiedere – “Vi va un bicchiere di vino?”
“D’accordo” dissi io, mentre Giuli, chissà il perché, declinò l’offerta inventandosi d’essere astemia. Giuli non beveva molto, e nemmeno io, ma certe sere ci ubriacavamo insieme e ci capitava di ridere per ogni sciocchezza, per ore, magari di ritrovarci la mattina seduti in un angolo di strada, in quelle occasioni credevo anche di volerle bene.
Il vecchio s’alzò dalla sua scranna e aprì l’anta di un mobile, traendone una damigiana panciuta e due bicchieri di vetro. Con le mani che un poco gli tremavano fece cadere il succo scuro nei bicchieri. Non ne fui subito sicuro, ma credetti di dovere intendere quella bevuta come una risposta positiva alla mia proposta, una sorta di firma scritta nel vitreo tocco dei nostri miseri calici, una firma in calce ad un ipotetico e futuro contratto. Giuli mi sorrise, come per darmi il suo conforto ed infondere un po’ di sicurezza alla mia interpretazione. Brindammo, tintinnando in una delicata collisione i nostri bicchieri. Tentai con una frase di sciogliere il mistero: “Alla casa!” – proclamai a gran voce.
Il vecchio, però, non rispose al mio brindisi e fece in modo che la sua mano, che tremava in modo vistoso, giungesse velocemente alla sua bocca e che il bordo del bicchiere si posasse velocemente sul labbro inferiore. Bevve in un attimo tutto il vino, e ne versò dell’altro che bevve ancora. Guardai il suo volto rosso dal lavoro nei campi, il naso che riproduceva alla perfezione il profilo di una collina poco distante, cercai di capire da quelle rughe, dalle pieghe del suo viso, qual era la sua decisione.
“Vi voglio fare un regalo” – disse, dopo essersi pulito la bocca con la manica della camicia. Uscì dalla porta, lasciandoci nel dubbio.
“Cosa te ne pare?” – bisbigliò Giuli, appena il vecchio scomparve dietro la porta. Le dissi che non sapevo, però mi sembrava propenso ad accettare; le dissi che avremmo tolto le ragnatele, stuccato quelle brutte crepe e ridipinto le pareti.
“Sì” – disse Giuli, presa d’un tratto da un esplosivo entusiasmo – “Le pareti le faremo azzurre, e via tutti questi mobili vecchi! Voglio mobili lucidi come specchi, che l’intera stanza vi si possa riflettere! E sedie nuove … e un divano rosso al centro, un tappeto persiano che copra il pavimento!”.
“Poi mureremo quel vecchio camino” – aggiunsi io – “e in quell’angolo ci piazzeremo una bella TV, di quelle panoramiche”
“Sony! Panasonic! Philips!” – esultò Giuli.
I nostri occhi si rincorrevano per la stanza e ad ogni passaggio c’era un piccolo particolare che c’era sfuggito, da cambiare ad ogni costo, perché l’insieme fosse moderno, anzi, super moderno. Volevamo quella casa, e la volevamo ora, più di ogni altra cosa; da cambiare e modificare finché non ci eravamo stancati di farlo, da demolire e ricostruire, se necessario. Il vecchio ci ritrovò con lo sguardo smarrito, mentre vagavamo invano per lunghe gallerie di lucenti/trasparenti esposizioni minimal-chic, alla ricerca del comodino simil-tibetano illuminato dai coni di luce bianca del nostro desiderio, il comodino che mancava alla stanza dei nostri sogni. Il vecchio teneva in mano una scatola metallica che in origine era sta il contenitore di una bottiglia di whisky, prima di essere nobilitata a scrigno dei ricordi. La posò sul tavolo.
Le sue mani grezze e callose tolsero il laccio che la teneva chiusa. Dentro c’era qualche foto che emanava l’odore denso e un poco acre della malinconia e dei tempi andati. In quei minuti, alla fievole luce della lampadina che vacillava sulle nostre teste, nelle nostre mani, ci scorrevano davanti volti sconosciuti, ma colorati dalle storie che l’anziano contadino ci narrava. Le foto di due giovani ragazzi a petto nudo, in piedi tra le zolle fumanti di un campo, in una mattina d’autunno, divenne l’immagine di due fratelli gelosi l’uno dell’altro che sorridevano alla macchina fotografica, prima di azzuffarsi per una ragazza. La foto di un ragazzo ed una ragazza abbracciati all’ombra di un albero in fiore divenne la primavera di un amore, che già aveva attraversato tutte le sue stagioni. Una foto tessera di un ragazzo vestito da militare, la foto di un folto gruppo di persone in posa davanti a una casa in costruzione, la foto di un ragazzino vestito da garzone, davanti alla bottega del macellaio… La vita del contadino ci passò davanti in frammenti sparsi e discontinui. Poi egli prese in mano una di quelle fotografie.
“Questo è il regalo che vi voglio fare” – ci disse – “abbiatene cura”.
Era l’unica a colori: lui e sua moglie, non molti anni prima, mentre si baciavano sull’ingresso di quella casa. Nonostante fossero già anziani c’era ancora un bagliore nei loro occhi, una luce inesauribile che ancora traspariva da quella superficie patinata che continuavo a lisciare con un dito, per cercare di capire.
(Lo scrigno di latta esplose in un arcobaleno, un disco gracchiava da un grammofono, in qualche posto lontano).

Mattia Bergami

LO SCRIGNO DI LATTAultima modifica: 2007-12-11T19:21:46+01:00da luigi655
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