L’appuntamento

 

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Nei miei sogni è sempre sera.
Le luci calde delle vie sono riflesse dall’asfalto umido. Ha smesso di piovere da poco ma non fa freddo. Potrebbe essere autunno inoltrato o uno di quei primi giorni d’inverno mitigati dallo scirocco. Le macchine hanno smesso da un po’ di invadere la città. Potrei essere ovunque; poco importa se nella mia città o in qualche altro posto. Alle volte ho l’impressione di trovarmi in qualche paese dell’est, dove non sarebbe così difficile trovare quel tipico freddo secco che non irrigidisce. Nonostante abbia appena smesso di piovere, la bassa pressione di quei luoghi potrebbe portare da lì a poco una nevicata.
Il più delle volte mi sento solo. E’ solo una sensazione perché se mi volto posso vedere qualcuno dei miei veri amici. Ma la cosa più straordinaria e peculiare è che in un modo o nell’altro c’è sempre lei. Lei c’è sempre, in un modo o nell’altro.

Il discorso sarebbe dovuto continuare, perché quelle frasi di Natale sembravano un argomento appena toccato e non concluso. A riaprirne uno lasciato alle memorie del cuore. Come fosse Lei a voler agganciare, questa volta, dei significati abbandonati da tempo.
Qualcosa, forse (non nella mia testa), aveva abbattuto alcune delle mie barriere. Non credo Lei se ne fosse mai create, senza il bisogno reale di farlo.
La metafora più azzeccata potrebbe essere il gesto di una carezza. Questo mi sembrava il suo dolce modo di farmi capire che in qualche modo mi voleva bene, comunque. In un modo generico, forse distaccato. Disinteressato, uguale al modo in cui avrebbe potuto volerne a tanti altri. Eppure unico, perché lo voleva per me, dopo tutto. Questo mi faceva sentire così fragile eppure libero di chiudere gli occhi. Mi faceva sentire stupido ma felice di esserlo stato, nella peculiarità della storia che era stata. Mi faceva sentire diverso e importante. Un po’ importante anche per Lei.

Mi voltai e lei era lì. Nella mia mente frullava l’insana razionalità del dovermi porre nei suoi confronti in un certo modo. Era semplice, schematico, piuttosto efficace. Ma quanto poteva essere sano nell’economia di un sentimento che era riaffiorato in tutta la sua forza? Un albero che non poteva rimanere prigioniero dell’asfalto e prorompeva in tutta la sua potenza naturale.
L’emozione dell’Amore mi aveva sempre reso privo di difese. Stupido, delirante. Orgoglioso e debole. Ora era diverso si… ero diverso, ora. Ma era diversa anche Lei, tutto era cambiato. E potevo guardarla negli occhi e sorriderle senza paura. Perché Lei sapeva chi ero e io sapevo chi era Lei. Sapevamo ancora poco eppure tutto, l’uno dell’altra.
“Ciao piccola.. “. La salutai così.
Fino a poco tempo fa non avrei mai detto una cosa del genere. Non era tanto il fatto che la frase, detta in questo modo, rappresentasse qualcosa di profondamente intimo. In questo caso non l’avrei mai detta di certo a Lei. Partivo dal semplice presupposto, che un approccio del genere sembrasse un po’ troppo da film americano. Sembrava una frase da vitellone di altri tempi. Da bullo mammone. Da checca nascosta. Una coperta troppo corta, che svelava piedi rozzi e sporchi. Ma adesso, nel mio essere e nel mio pormi, ciao piccola era altro. Era far essere materia ciò che era emozione astratta. Era la carezza che avrei voluto darle. Non avevo paura, non ne avrei avuta mai più. Era dire quello che pensavo, ma soprattutto era dire quello che sentivo. Un bacio sulla fronte prima di darle un bacio sulla fronte. Una stretta e un abbraccio simbolico, più intimo e concreto dell’abbraccio di un amante.
Misi la mia mano sulla sua guancia fredda, calda solo nel punto in cui la sua pelle era più rossa. Un bacio distratto sulla guancia. Un saluto normale, com’ero abituato con tutti i miei amici. Casto, neutro eppure tanto amorevole.
“Ciao”. Rispose, strana.
Punto.
Non lo so. Mi riesce difficile dire o pensare qualcosa su certe realtà, nei rapporti tra le persone.
E mi chiedo sempre da cosa dipenda il fascino totale che solo poche persone sanno esercitare su di me. E’ inspiegabile il modo in cui Lei sappia dire una parola qualunque nel modo in cui solo Lei la dice.
Parlano i suoi occhi, parla il suo viso, parla il modo in cui piega la testa. E parla il suo modo di far finta di non guardare. Parla il suo modo di sorridere senza farlo.
Sembrava volesse continuare a parlare. Mi guardava come se avessi mancato all’appuntamento di un’ora e mezza. Non fosse che la cosa mi sembrò abbastanza strana già di per sé, arrivai con grande anticipo senza neanche sapere dove ci saremmo visti esattamente. Che cosa avrebbe voluto dirmi? Se mai avesse avuto qualcosa da dirmi… perché quell’appuntamento? Un appuntamento dal niente, da poco. Da cosa?
Continuava a ronzare inutilmente in me un pensiero ” o forse un inquietante, strano desiderio ” che accadesse ciò che non sarebbe dovuto accadere. Se non altro che Lei, beh questo lo sanno ormai anche i canyon di Marte, stava sempre (ecchepalle) con il suo ragazzo. Anch’io. Cioè, anch’io stavo con qualcuna adesso. Stavo con qualcuna? O qualcuno stava con me? Alle volte nell’idiozia delle mie congetture meschine riuscivo a odiarmi da solo.

Non so bene come accadde.
Il suo viso (lì, lontano e meraviglioso, superbo) sembrava stranamente triste, compito perlomeno. Non avrei saputo definirlo bene in realtà. La sua espressione celava indecisione (Lei, poi!) o un desiderio nascosto male. Era una commistione indecifrabile di volontà e costrizione. Voleva ma non voleva. Una forza inarrestabile la spingeva a qualcosa che desiderava eppure non sapeva se desiderare.
Si alzò dal marmo freddo dei gradini sui quali si era seduta prima di trovarci. Mi venne incontro e inaspettatamente mi abbracciò forte. Le mie mani, basse lungo il corpo, per prima cosa, in un inganno di emozioni, trasmisero alla mia testa la sensazione della lana cotta del suo cappotto nero. Ma subito tutto fu mescola e miscela di sensazioni materiali e immateriali. Il suo profumo (oh, non si può dire a parole.. no! c’ho provato mille volte fallendo miseramente). Il profumo dei suoi capelli e la loro morbidezza sulla mia guancia destra.
Spinse la sua guancia, ora decisamente più calda, contro la mia. Sentii il tepore e la sensualità della sua bocca sfiorarmi appena la guancia in un piccolo bacio di saluto di poco accennato. Il tempo dilatato sembrava fermo e incalcolabile.
Rimase lì a stringermi, attendendo qualcosa da parte mia.
Che cosa dovevo fare, che cosa potevo dire? Niente. Non feci niente. Perché sospirai e chiusi gli occhi. A prendermi quell’istante senza fine; di uno di quegli istanti senza fine che solo Lei poteva darmi. E paradossalmente l’unica cosa che potevo avere da Lei.
Con gli occhi chiusi, sprofondai in uno stordimento forte e in un sospiro profondo. Potei solo immaginarmi il vapore acqueo che usciva dalla mia bocca (mi piaceva questa fantasia malinconica e allo stesso tempo profondamente romantica, uno struggimento ulteriore auto inflitto).
Poi, per distogliermi, feci un leggero moto, impercettibilmente all’indietro. Appena abbozzato, minimo, minore. Quasi non l’avessi fatto; istintivo, forse inesistente. Mi trattenne. Per godere ancora un po’ di quell’abbraccio, mentre le mie mani ora le cingevano la vita, appoggiate sui fianchi. In risposta al mio leggero arretrare, l’inizio di una volontà inconscia, Lei mi strinse ancora più forte e ruotò lievemente il mento verso il contatto dei nostri visi. Riuscii ora a sentire chiaramente la morbidezza e il calore delle sue labbra. In un respiro silenzioso e delicato, la sua bocca si appoggiò e si mosse, in un movimento strano e dolcissimo. Mi baciava distrattamente sulla guancia e allo stesso tempo cercava di farsi strada sul mio volto; alle volte sfiorandomi altre lasciandomi sentire il tepore della bocca leggermente aperta e umettata.  Era chiara la lotta che Ella stessa combatteva. Il desiderio che c’era e voleva sopprimere. Forse per Lei, forse solo per me.
Non so bene come accadde. Ma lo sentì perfettamente.
Un brivido immenso mi percorse la schiena, quando non potevo sentire altre sensazioni oltre a quelle che lei mi dava. Perché la sua bocca toccò piena di ardore la mia in un angolo. Non poteva essere, eppure era stato. Era chiaro, non era solo l’inganno di un mio profondo desiderio somatizzato.
Feci finta di niente, aspettai ancora un attimo e mi ritrassi con disinvoltura; senza istinto, senza veemenza. Mi voltai, tenendo la sua mano con la mia mano destra. Dissi qualcosa (che non potrei ricordarmi neanche sotto tortura dati i bombardamenti emozionali a cui ero sottoposto). Feci per dirigermi fuori dal portico sotto cui ci eravamo incontrati, tirandola dolcemente con me per poi lasciarla andare. Per un istante la guardai ancora, ad invitarla a seguirmi. Forse, in realtà, se ben ci penso, io non dissi niente. Da quando ci eravamo incontrati. A parte il saluto.
Il mio sguardo (fintamente) distratto, notò uno dei suoi gesti più belli e peculiari del suo essere. Per distogliersi da quel piccolo imbarazzo che si era creato, strinse le spalle e gli occhi. Un gesto più esplicito e esaustivo di una complessa risposta a parole.
Continuai a muovermi come se niente fosse, attraversando la stradina che si presentava appena fuori dal porticato. Attirato da una vetrina illuminata da una luce calda e rossastra mi soffermai a rimirare un dipinto del ‘600 esposto. Una dama in ghingheri piuttosto barocchi. Penso si trattasse di una galleria d’arte ma il problema di sincerarmene in quel momento non mi si era presentato per niente.
Non guardavo il quadro. La luce della mostra, abbastanza forte e soffusa dava un intenso effetto di riflessione alla vetrina squadrata. Notai la figura di Lei riflessa oltre la mia avvicinarsi quasi subito e comparire chiara e limpida. Si fermò, qualche metro dietro di me con la testa leggermente piegata in avanti. Guardava per terra e poi guardava me attraverso il vetro. I nostri sguardi si incrociarono nuovamente sullo specchio per poi distogliersi.
Credo di sapere che cosa potrebbe aver immaginato.
Per un motivo o per l’altro Lei aveva capito che in qualche modo avrebbe potuto desiderarmi. Tolto ogni altro orpello del nostro burrascoso passato. Forse, credeva, che ora fosse troppo tardi e si era esposta oltre ciò che le avrei consentito.
No, non era questo.

Non la vidi più, immerso nelle mie congetture. Quando mi voltai ancora, per capire dove si fosse diretta, la ritrovai nella stessa posizione dell’inizio del nostro appuntamento.
Seduta sul marmo dei gradini di quel portone sotto al porticato, stringeva le gambe contro il petto trattenendole in un abbraccio. La frangia nera a coprire mezzo viso e la sua bellissima espressione di incertezza e convinzione; di scelta voluta in un contesto dove scegliere non poteva dipendere solo da lei. Da lì, in un iperbole abbastanza strana, vidi quanto poteva essere misterioso e imprevedibile l’amore. Semplice e complicatissimo.
Camminai calmo e la raggiunsi, per accarezzarle il viso.
“Ma scusa, ti sembra… “. Cominciò a dirmi qualcosa, mentre i suoi enormi occhi neri sembravano sull’orlo di far scendere una lacrima. L’avevo già vista piangere. L’avevo vista piangere per me, una volta.
“E’ che mi sembra tutto così strano. Scusa tu non stai con… ? E poi.. ”.
Forse non era la direzione esatta in cui portare il discorso, ma entrambi avevamo bisogno di un cenno concreto. Di una risposta seppur minima.
L’Amore non è “cosa” e “come”. Purtroppo, fortunatamente, non è neanche il giardino dell’Eden.
Ma è misterioso e insondabile, tutto da scrivere e già segnato. Travolgente, impensabile. Concreto e intangibile.
“Forse non hai notato che a quella cena di Natale… “. Si l’avevo notato che a quella cena di natale… . E avevo fatto finta di non saperlo notare. Avevo desiderato aver avuto qualcosa da notare e anche se fosse stato, non potevo permettermelo con Lei.

Le fermai il moto di parlare, appoggiando il pollice della mano destra che l’accarezzava, sulle sue labbra. Mi avvicinai e, adesso si, cominciai a baciarla teneramente sulla bocca. O forse cominciò Lei, quando capì che non potevo aspettare oltre, dopo tutti quegli anni d’attesa (oh, se t’avrei aspettato anche mille anni amore mio… ). Chiusi gli occhi. Perché era l’unica che potevo baciare chiudendo gli occhi. E il bacio non finiva mai, come l’amore è infinito. E quel bacio fu caldo, appassionato, dolce come un’albicocca maturata al sole estivo e appena colta. Quel bacio fu nuovo e fu antico. E fu tutti quei baci che ci eravamo dati e non avevamo saputo tenere nel cuore per una ragione o per l’altra. Era le nostre mani che si tenevano forte e delicatamente; era il nostro profumo che diventava un’essenza unica e rara. Era qualcosa che si poteva trovare solo nei racconti, solo nei ricordi. Solo nei sogni. Perché la sua bocca era calda e soave, e baciarla era come mangiare dall’albero il frutto del mirtillo e della mora. Era sentire il profumo del fiore della rosa e la sua pelle era delicata seta fragrante.

Nei miei sogni, il più delle volte, è Natale. E io e lei siamo liberi di amarci.
Non so bene come accadde.
Ma accadde.
 

di Terry Passanisi

L’appuntamentoultima modifica: 2007-11-05T09:50:00+01:00da luigi655
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Un pensiero su “L’appuntamento

  1. Un brivido immenso mi percorse la schiena, quando non potevo sentire altre sensazioni oltre a quelle che lei mi dava. Perché la sua bocca toccò piena di ardore la mia in un angolo. Non poteva essere, eppure era stato.

    …meravigliosa!! tanta dolcezza! big kiss… giuli

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