17/08/2008
STORIA D' AMORE

ti ho guardato. mi hai guardato. ma forse sarebbe meglio fare un passo indietro. perchè in un giorno ci siamo incontrati. presi alla sprovvista. con la delusione schiacciata come un' ombra dietro le spalle. e sono i tuoi occhi e la tua bocca a piacermi particolarmente. e anche quella strana gioia di vivere che ti porti dentro. è un qualcosa che non riesco a capire. ma riesco ad amare. e vorrei fissarmi sulle tue labbra per lunghi e silenziosi minuti. ma ora mi sto allargando come non dovrei. ma forse è il fatto di avere passato questi ultimi giorni in una sorta di cerimonia mistica iniziatica. l' iniziazione all' oblio dell' amore. al fuoriuscire delle emozioni dal corpo. solo perchè non posso amarti. è molto difficile da spiegare. so solo che mi capita spesso. anzi sempre. amare qualcuno che ama un altro. ed è una situazione molto particolare. perchè la persona che ami è sottoposta ai miei veloci a apparentemente inspiegabili cambiamenti di umore. è una cosa pazzesca. anzi è solo un modo per scaricare la tensioni contradditorie che mi bruciano dentro. e quindi una volta penso di amarti e subito dopo l' angoscia di non poterti baciare o restare abbracciati per tutta la notte ha il sopravvento e non posso vederti perchè la realtà è veramente assurda e io non riesco a spiegarmi questa situazione e penso che sia un fallito semplicemente perchè non riesco a combinare nulla. e allora sono andato al mare per esorcizzare i demoni dell' amore che mi stavano facendo impazzire. anzi era il demone della tua persona che dovevo scacciare perchè era entrato nella mia testa e l' aveva occupata tutta. e per un giorno e una notte ci sei stata solo tu nei miei pensieri e questo non lo potevo accettare soprattutto per il fatto che non sono io il centro delle tue emozioni e di quello che pensi. e sulla spiaggia, mare sole e solitudine niente cani e migliaia di scintille sulla sabbia, ho provato a liberarmi da te senza riuscirci anzi sentendomi ancora più stupido e solo di quello che sono. sono tornato a casa e ti ho chiamato. era ritornata la dolcezza. e ho sentito la tua voce. e ho cercato di essere gentile. sentendomi ancora un idiota. uno stupido che crea migliaia e migliaia di problemi e di realtà inesistenti. e mi hai detto di venire a pranzo da te. e io non capisco perchè mi chiami e perchè ci vediamo e perchè andiamo al cinema insieme e perchè mi telefoni. forse perchè intendiamo l' amicizia diversamente. e forse perchè per me c'è in gioco l' amore che non so se sia amore ma è una fitta di angoscia e incapacità di prendere qualsiasi decisione e di sogni carichi di belle parole e bei gesti che non provavo da tanto tempo. e sono venuto da te e abbiamo mangiato in silenzio. guardando la televisione. e io non so mai cosa dire. perchè non so mai quale è la vera realtà dei fatti e non so quello che tu provi per me e allora provo ad essere simpatico e poi a fare l' incazzato ma sono tutte strane maschere che devo indossare per non cadere nell' imbarazzo di salutarti e andarmene senza avere spiccicato una parola. e la sera sono ritornato da te. mentre ti provavi i vestiti con la tua amica. e forse sono arrivato troppo presto e ho interroto i discorsi che volevate fare. e stavo seduto a guardarvi. e mi sono fatto una canna. e tutto è iniziato a diventare un pò più irreale. e mi stavate facendo ridere. poi è arrivato il tuo ragazzo. e per dio è stato il momento più brutto. e se c'è una cosa che ho sempre odiato è dover stare con la ragazza che mi piace e con il suo ragazzo. può essere anche la persona più simpatica e interessante del mondo ma il fatto che può baciarti lo rende superiore a me, che mi sento un coglione fuori luogo, uno di quelle persone sole che ti si attaccano quando vorresti un attimo di intimità. ma questa è una parte che ho recitato parecchie volte. credetemi. molte di più di quante potreste immaginare. e quindi anche se mi ero promesso di non farlo più, quando mi capita so esattamente come comportarmi. sto per i cazzi miei cerco di non guardarli cerco di non essere troppo deprimente e dico qualche stonzata quando vedo che c'è un momento di generale allegria. ma la mia mente è sempre fissa suoi tuoi occhi. così arriviamo a questo locale. e con il tuo ragazzo in macchina avrò fatto per l' ennesima volta la figura dell' idiota. è che sono stato costretto a parlare più del necessario. di solito non ho mai niente da dire alle persone. entrando dentro al locale, come dicevo, mi assale l' angoscia. musica gente che balla tutto quello che odio soprattutto per il fatto che so che io quella sera non ballerò mai e me ne starò in un angolo a guardare gli altri che si divertono e sperando che non vengano a dirti di ballare o se ti stai divertendo. perchè in questi casi non so mai cosa dirgli. odio quando mi sento diverso dagli altri. people are strange wheb you are a stranger. mi avvicino al bancone. questa è la mia tattica. penso, se ti vedono che bevi o fumi credono che tu sia occupato a fare qualcosa e così evitano di venirti a cacare il cazzo. PRIMO GIRO. per me e per il suo ragazzo. che in realtà è un tipo tranquillo e anche simpatico. e mi pare un bel modo di provarglielo. quello di offrirgli qualcosa. BIRRA. gliela porto. mi ringrazia e brindiamo. la birra fa veramente schifo. sa di acqua e sapone. ce la scoliamo comunque. tranquillamente. lui scrocca qualche sigaretta e me la offre. poi andiamo a fare il pieno. offre lui. SECONDO GIRO. si avvicina al bancone e ordina. poi mi avvicino io e ordino a mia volta. VODKA ALLA PESCA. liscia. torniamo dove ci eravamo sistemati. e mi bevo lentamente il mio bicchiere. la testa si sta alleggerendo. riesco quasi a non preoccuparmi più. e anche tu per questo breve periodo sei uscita dalla mia mente. un pò di riposo finalmente. il bicchiere e vuoto. gli faccio un cenno e vado di nuovo a riempire. questa volta tocca a me. TERZO GIRO. ordino al barista che mi riempe due bicchieri. VODKA ALLA PESCA. per me. ancora una volta. con ghiaccio. per cambiare. ritorno dove lui si trova e gli do il bicchiere. continuo a limitarmi a guardare intorno. cercando di non pensare alla' assurdità della situazione. QUARTO GIRO. offre lui. WHISKY. per tutte e due. e questa è la botta che aspettavo. ora mi posso anche ritirare. ora potete fare quello che volete ma andiamocene di qui vi prego. sono stanco di fingere. ho sofferto troppo. dimessamente. senza accorgermene anche questa notte. e finalmente ce ne andiamo. la mia auto sta sotto casa di lei ed è là che ci dirigiamo. ed ora viene la parte più dura. quella peggiore della serata. scendiamo dalla macchina. li saluto. e li vedo salire nella sua casa. da soli. e io me ne devo andare. e lei questa sera gli darà tutta la sua dolcezza e io me ne devo andare via. e io non sono quella persona che la terrà fra le braccia, che potrà ridere dei suoi sorrisi, che potrà sussurrargli qualunque cosa per farla felice. e mi ritrovo per strada. da solo. mezzo ubriaco. il cuore mi piomba dentro. cupo. angosciato. e cerco di dimenticare qualsiaisi pensiero qualsiasi tentativo di spiegare questa situazione insostenibile e già so che a casa la sognerò e non riuscirò a dormire ma cerco di mandare a fare in culo tutto. ho bisogno di riposare. e il giorno dopo mi sveglio. da solo come sempre nel mio letto. e non mi alzo. e ascolto musica tutta la mattina e passano una due tre ore e non mi alzo. e arriva l' ora di pranzo e io sono ancora a letto a guardare lo squarcio di cielo e nuvole fuori dalla finestra. e mangio e bevo davanti alla televisione che ci guarda. io mio padre mia madre e mia sorella. e non abbiamo niente da dirci. se non l' insopportabile meschinità della vita. e poi rivado a letto e mi metto a dormire. e mi sveglio e sono ancora sdraiato e continuo a guardare fuori dalla finestra il giorno che si fa notte e la luce che diventa buio e poi ti telefono e decidiamo di andare al cinema e ti passo a prendere. e finito il film ritorniamo da te e guardiamo la televisione e quando il mio amico dice di andare io lo seguo sperando che tu mi dica di rimanere, ma questo non accade e un' altra volta mi sento strano perchè la vita va nella drezione opposta da me desiderata. e questa è l' ultima immagine del mio turbamento di questi giorni, viviamo strani giorni, nei quali mi sono letteralmente perso e ho vagato confuso dalla tua casa al mare, per le strade di notte e nei locali per tornare sempre con la mente ai tuoi occhi. ma oggi sono redento e ho sconfitto il tuo denome. era l' unica cosa che potessi fare per non impazzire. sei finalmente uscita dalla mia mente. almeno in parte. non riesco a sopportare quando una persona diventa l' unico e perenne centro dei miei pensieri e tutti i miei sforzi sono tesi per raggiungerla. l' amore è illusorio. è una droga. è la forma di pazzia più pura e pericolosa. è l' estasi mistica. è il delirio di perderti. è la forma di esprimersi della forza del caos primordiale.
l' amore sono i miei occhi che ti guardano.
18:20
Scritto da: luigi655
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11/12/2007
LO SCRIGNO DI LATTA

La lampadina pendeva dal soffitto, all'estremità di un mazzetto di fili intrecciati. Una chiazza di luce stava isolata al centro del tavolo, tutt'attorno buio; attorno al tavolo noi, seduti in un rassegnato silenzio. La luce tagliava il volto dell'anziano contadino in segmenti incerti; ferite d'ombra invadevano ogni ruga che solcava il volto, la mano batteva ritmicamente un dito sulla superficie del tavolo, facendo risaltare a tratti la fede d'oro all'alone incerto del lume.
Era meravigliosamente fresco, ed era buio. Mi chiedevo quanto avremmo dovuto aspettare prima che il vecchio decidesse, ed intanto vagavo con lo sguardo sulle pareti nude della stanza. Notai due crepe che salivano dal pavimento e si diramavano in piccole fratture, disegnando un albero spoglio sul muro. Un ramo scompariva dietro un mobile; poco sopra un ragno, col suo corpicino grande quanto un chicco di riso, sobbalzava leggero su lunghissime zampette. Si mosse verso il soffitto come un batuffolo di polvere sospinto da un soffio.
Distolsi lo sguardo per seguire le linee sottili di luce che si riflettevano dall'esterno sulle stanghe di legno delle persiane, chiuse. Il ragno, intanto, era scomparso in qualche anfratto, forse si riposava mollemente su una ragnatela nascosta alla violenza della luce, oppure era vigile ad aspettare qualche insetto da avvolgere nella sua tela evanescente. Il vecchio continuava a ticchettare col dito sul tavolo, mandando un rumore netto e secco: mi ricordò il suono di una noce sbattuta distrattamente sul tavolo del soggiorno, in un inverno nevoso della mia infanzia. Il tavolo aveva il piano grande ed era di legno duro e scuro, venato d'un colore appena più chiaro. Tentai di ricordare più particolari potessi: ricordavo la televisione accesa e i colori mandati dal tubo catodico che si riflettevano sullo specchio degli occhiali, stesi sul tavolo, i libri sparsi anch'essi sul tavolo, e il volume di matematica che sembrava così grosso! Ricordavo una pagina piena di formule che non voltai per tutta la sera, la testa poggiata sul tavolo (che tutto ospitava sul suo piano immenso), un braccio lungo disteso come cuscino e la noce nella mano che faceva toc! … toc! … toc!… Non le mangiò nessuno quelle noci, in casa mia non piacevano a nessuno, e chissà per quale motivo erano state comperate: forse per qualche ospite o per la veglia di capodanno.
Un insetto bianchissimo, lungo quanto un fermaglio per capelli, mosse freneticamente le sue zampe lungo il muro, fino a nascondersi dietro ad un piatto di ceramica appeso alla parete, unico ornamento di tutta la stanza. La bocca del camino, che si apriva sotto il bianco occhio di ceramica, rifulgeva di una tenebra densa e vischiosa; immemore d'essere il profeta della luce, s'era fatto profeta del buio. Alcuni denti cariati sorgevano ai lati del ripiano inferiore, al limitare di un mucchietto di cenere - vecchie bottiglie di vetro.
Giuli mi sembrava stanca. Rovesciò la testa all'indietro e mandò aria nell'aria; sul volto si stese la luce della lampadina. Scrutando sotto le palpebre che nascondevano l'azzurra iride dei suoi occhi cercai di capire dove stesse vagando la sua mente, e vidi chiaramente i suoi pensieri proiettati sulle pareti della stanza, come una quadruplice diapositiva. Rosso giallo verde azzurro, un colore per ogni parete: una distesa di papaveri, un campo di grano, un prato mosso dal vento e il cielo senza nuvole. Quattro fotografie dei suoi pensieri che, in un turbinare di libellule, uscivano dalla stanza e vagavano per la meravigliosa primavera che si era impossessata della campagna circostante.
Trasalii per un istante quando sentii un grosso insetto che camminava sulla mia caviglia, ma capii quasi subito che quella, che mi ero figurata come un orribile scarafaggio, era in realtà la punta della scarpa di Giuli, la quale di sotto al tavolo grattava delicatamente la mia gamba. La guardai per capire cosa volesse e il suo sguardo, appena s'incrociò col mio, corse subito al dito del vecchio che aveva smesso di battere gli infiniti istanti della nostra attesa, e s'era fermato a mezz'aria.
"Bene, bene" - fece il contadino; poi sputò sul pavimento, prima di chiedere - "Vi va un bicchiere di vino?"
"D'accordo" dissi io, mentre Giuli, chissà il perché, declinò l'offerta inventandosi d'essere astemia. Giuli non beveva molto, e nemmeno io, ma certe sere ci ubriacavamo insieme e ci capitava di ridere per ogni sciocchezza, per ore, magari di ritrovarci la mattina seduti in un angolo di strada, in quelle occasioni credevo anche di volerle bene.
Il vecchio s'alzò dalla sua scranna e aprì l'anta di un mobile, traendone una damigiana panciuta e due bicchieri di vetro. Con le mani che un poco gli tremavano fece cadere il succo scuro nei bicchieri. Non ne fui subito sicuro, ma credetti di dovere intendere quella bevuta come una risposta positiva alla mia proposta, una sorta di firma scritta nel vitreo tocco dei nostri miseri calici, una firma in calce ad un ipotetico e futuro contratto. Giuli mi sorrise, come per darmi il suo conforto ed infondere un po' di sicurezza alla mia interpretazione. Brindammo, tintinnando in una delicata collisione i nostri bicchieri. Tentai con una frase di sciogliere il mistero: "Alla casa!" - proclamai a gran voce.
Il vecchio, però, non rispose al mio brindisi e fece in modo che la sua mano, che tremava in modo vistoso, giungesse velocemente alla sua bocca e che il bordo del bicchiere si posasse velocemente sul labbro inferiore. Bevve in un attimo tutto il vino, e ne versò dell'altro che bevve ancora. Guardai il suo volto rosso dal lavoro nei campi, il naso che riproduceva alla perfezione il profilo di una collina poco distante, cercai di capire da quelle rughe, dalle pieghe del suo viso, qual era la sua decisione.
"Vi voglio fare un regalo" - disse, dopo essersi pulito la bocca con la manica della camicia. Uscì dalla porta, lasciandoci nel dubbio.
"Cosa te ne pare?" - bisbigliò Giuli, appena il vecchio scomparve dietro la porta. Le dissi che non sapevo, però mi sembrava propenso ad accettare; le dissi che avremmo tolto le ragnatele, stuccato quelle brutte crepe e ridipinto le pareti.
"Sì" - disse Giuli, presa d'un tratto da un esplosivo entusiasmo - "Le pareti le faremo azzurre, e via tutti questi mobili vecchi! Voglio mobili lucidi come specchi, che l'intera stanza vi si possa riflettere! E sedie nuove … e un divano rosso al centro, un tappeto persiano che copra il pavimento!".
"Poi mureremo quel vecchio camino" - aggiunsi io - "e in quell'angolo ci piazzeremo una bella TV, di quelle panoramiche"
"Sony! Panasonic! Philips!" - esultò Giuli.
I nostri occhi si rincorrevano per la stanza e ad ogni passaggio c'era un piccolo particolare che c'era sfuggito, da cambiare ad ogni costo, perché l'insieme fosse moderno, anzi, super moderno. Volevamo quella casa, e la volevamo ora, più di ogni altra cosa; da cambiare e modificare finché non ci eravamo stancati di farlo, da demolire e ricostruire, se necessario. Il vecchio ci ritrovò con lo sguardo smarrito, mentre vagavamo invano per lunghe gallerie di lucenti/trasparenti esposizioni minimal-chic, alla ricerca del comodino simil-tibetano illuminato dai coni di luce bianca del nostro desiderio, il comodino che mancava alla stanza dei nostri sogni. Il vecchio teneva in mano una scatola metallica che in origine era sta il contenitore di una bottiglia di whisky, prima di essere nobilitata a scrigno dei ricordi. La posò sul tavolo.
Le sue mani grezze e callose tolsero il laccio che la teneva chiusa. Dentro c'era qualche foto che emanava l'odore denso e un poco acre della malinconia e dei tempi andati. In quei minuti, alla fievole luce della lampadina che vacillava sulle nostre teste, nelle nostre mani, ci scorrevano davanti volti sconosciuti, ma colorati dalle storie che l'anziano contadino ci narrava. Le foto di due giovani ragazzi a petto nudo, in piedi tra le zolle fumanti di un campo, in una mattina d'autunno, divenne l'immagine di due fratelli gelosi l'uno dell'altro che sorridevano alla macchina fotografica, prima di azzuffarsi per una ragazza. La foto di un ragazzo ed una ragazza abbracciati all'ombra di un albero in fiore divenne la primavera di un amore, che già aveva attraversato tutte le sue stagioni. Una foto tessera di un ragazzo vestito da militare, la foto di un folto gruppo di persone in posa davanti a una casa in costruzione, la foto di un ragazzino vestito da garzone, davanti alla bottega del macellaio… La vita del contadino ci passò davanti in frammenti sparsi e discontinui. Poi egli prese in mano una di quelle fotografie.
"Questo è il regalo che vi voglio fare" - ci disse - "abbiatene cura".
Era l'unica a colori: lui e sua moglie, non molti anni prima, mentre si baciavano sull'ingresso di quella casa. Nonostante fossero già anziani c'era ancora un bagliore nei loro occhi, una luce inesauribile che ancora traspariva da quella superficie patinata che continuavo a lisciare con un dito, per cercare di capire.
(Lo scrigno di latta esplose in un arcobaleno, un disco gracchiava da un grammofono, in qualche posto lontano).
Mattia Bergami
19:21
Scritto da: luigi655
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10/12/2007
“Napoli dorme e…sogna”

“Esistono nel cuore luoghi inimmaginabili chiusi da gabbie ferree che rappresentano la nostra paura d’essere felici, ma basta uno sguardo, una carezza o un bacio per aprire le sbarre ad una nuova emozione.”
Era tutto buio, lì, alle
tredici discese di S. Antonio.
Napoli dormiva sotto un cielo di stelle fioche e osservava il golfo nella sua silenziosa imponenza.
Adele fumava nervosamente le sue Camel lights, sospesa tra pensieri intrisi di sogno, nell’attesa del vecchio Max che le avrebbe fatto dimenticare la sua misera vita di paura e dolore.
Il tempo sembrava frantumarsi in eterno, ma quel rumore assordante che riempiva l’aria, annunciava l’arrivo del vecchio Max a cavallo della sua Diana blu…”Scusa il ritardo, Adele.Quest’ old car soffre su simili salite!”.
“Non importa, andiamo.
Ho bisogno di dimenticare!”.
Giù per le
tredici discese, in un silenzio di disagio interiore, il vecchio
Max le stringeva forte la mano.
L’old car divorava con rabbia l’asfalto e parcheggiava i sogni e le speranze ai piedi di quel meraviglioso gigante chiamato Vesuvio.
“Vuoi un sorso di vino, Adele?”
“Se è possibile…”
Max era sempre pronto ad ogni evenienza e in quel momento bere, più che un bisogno, era una necessità.
Il portabagagli della Diana blu esprimeva visivamente la multiforme e sofferente personalità del vecchio Max: bottiglie di vino sparse ovunque, spranghe di ferro, un divieto d’accesso rubato mesi prima, oggettistica indiana di vario tipo e un leone di peluche.
“Quest’old car è più stracolma di un magazzino merci!vediamo cosa si può trovare…ecco qua…Chianti 1970…per le grandi occasioni!per te va bene?”.
“Perfetta!”.
I loro sguardi si incontravano timorosi sotto quel cielo adornato di stelle e il vecchio Max osservava Adele penetrando il segreto delle sue paure e cominciava ad affrontare l’immediato presente.
“Ottimo questo Chianti, no?un brindisi alla maledetta angoscia che ci logora
dentro!”
Come faceva il vecchio Max a conoscere le sue ansie? Era bastato guardare i suoi occhi per un solo istante?oppure la sua sofferenza era così limpida e trasparente?Questi pensieri costringevano Adele ad un silenzio intenso ed estenuante.
“Non avere paura, Adele.Non voglio rompere i tuoi precari equilibri ma nei tuoi occhi vedo i miei ed è come se ti conoscessi da sempre.”
In quell’istante, un bacio intenso riempì l’aria di una musica allegra e l’emozione toccava i loro cuori avvolgendoli con una nuova speranza.Da quel preciso momento la loro vita cambiava direzione e cominciavano ad affrontare il mondo affrontando se stessi.Antichi sorrisi dal sapore nuovo colmavano le lacune del loro passato, perché entrambi avevano un passato doloroso e intenso dal quale
non potevano prescindere.
Il vecchio Max sapeva che la felicità è cosa effimera e la paura di affrontare i suoi scheletri era troppo forte, ma non voleva fuggire.Adele credeva di aver dimenticato se stessa ma le ancore di ciò che era stato, la stringevano forti, divorandole la coscienza.
“Ho tanta paura, Max.Paura di me, paura del mio passato, paura per noi.”
E con queste parole Adele era partita per Parigi con la sua famiglia lasciando il vecchio Max tra enigmi irrisolvibili.
Queste parole avevano sconvolto le sue certezze.Perché quando credi in qualcosa tutto ti si ritorce contro con rabbia e violenza?Adele era lontana e queste domande non potevano trovare risposte ma il vecchio Max sapeva che tutto avrebbe poi avuto un senso.Quei giorni senza Adele trascorrevano tra piccoli viaggi e solite risa, ma il vecchio Max si sentiva isolato da tutto perché ciò che lo rendeva vivo e partecipe era la sua presenza, il suo sguardo e i suoi sorrisi.Il vecchio Max girovagava per le strade di una Napoli che sembrava dormire, avvolta da un alone di ansia e isolamento globale. I volti della gente, con i loro sorrisi, non assumevano alcun significato agli occhi del vecchio Max perché senza la sua Adele tutto sembrava così terribilmente falso e difficile.
Un pomeriggio simile agli altri, il telefono del vecchio Max suonava come una campana a festa: Adele era tornata e il suo sguardo tornava a brillare di sensazioni intense.
“Ciao Max.Come stai?”
“Benissimo, e tu?Quando sei tornata?”
“Poche ore fa.Ci vediamo?Ho
bisogno di parlarti…”
“Ok.”
Perché il vecchio Max aveva paura?perché?
La strada verso casa d’Adele sembrava eterna e la sua Diana blu quasi non riusciva a proseguire il cammino.
Le sue paure erano giustificate o solo frutto di una fervida immaginazione?
Adele era lì, ma non riusciva a sostenere lo sguardo del vecchio Max.
“Perché non riesci a guardarmi negli occhi, Adele?”
“Mi sento colpevole!”
“Colpevole di cosa?”
“Colpevole di aver tradito te ma soprattutto me stessa.Colpevole di pensare che il mio passato abbia il diritto di divenire presente.Colpevole di amarti tra mille
dubbi e paure…”
“Hai ragione, Adele, ma commettere degli errori ti aiuta a capire quanto sia importante non precludersi una speranza d’essere migliore.Forse non vuoi essere felice?Forse ti piace soffrire perché senza dolore non c’è vita e passione?Forse
hai paura di affrontare il presente perché rappresenta un’incognita
mentre il passato è ben definito?
Credo che combattere per migliorare se stessi sia un dovere e tu non puoi rinunciarvi.”
Era questa tutta la rabbia del vecchio Max.Ora era libero di affrontare Adele con serenità perché sapeva che le sue parole, rappresentavano tutto l’amore di cui era capace.
Adele sapeva che Max aveva ragione e, concentrando tutte le sue forze, era riuscita a pronunciare, con grande dolore, queste parole: ”Max, ho bisogno di rimanere sola per capire cosa voglio da me stessa e di conseguenza dagli altri.So
che tu mi puoi capire.Mi dispiace”ed era andata via con una lacrima amara sul viso.
Max aveva deciso di concederle tutto il tempo di cui aveva bisogno perché più volte lei aveva dimostrato il suo amore, perché erano troppo simili per non potersi capire, perché l’amore del vecchio Max andava oltre il dolore.
Con un tumulto nel cuore, il vecchio Max era salito a cavallo della sua old car e si era recato dove tutto aveva avuto inizio.
Lì, alle tredici discese, il tramonto avvolgeva l’aria.Il vecchio Max osservava il golfo bevendo una birra mentre Napoli sembrava dormire sognando un giorno di sole.
18:37
Scritto da: luigi655
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25/11/2007
LA FELICITA'........... E' DIETRO L'ANGOLO

Lì tutto si era fermato da anni… Tutto era così triste e desolato… Un odore di alcool inondava l’aria: traspirava dal sonno di un mendicante steso sopra a quel che rimaneva di una vecchia scatola di cartone… Più in là una compagnia di giovani si stordiva con qualcosa di losco, nel sottofondo una musica tombale… Dietro un pilastro intravidi due uomini intenti a scambiarsi qualcosa… Cominciai ad avere paura…Non v’era ombra di felicità in quel luogo..
Eppure… D’un tratto vidi spiccare un sorriso: un uomo dall’aspetto ben curato stava ridendo per una frase schizzata su di un manifesto pubblicitario già parzialmente strappato: “Il denaro rende ricco lo spirito”
E rideva di gusto! Lo sentii addirittura pronunciare qualche parola, captandola immediatamente:
“Il denaro.. Poveri ragazzi.. Credono nel denaro… “
Era abbigliato principalmente con capi di colore nero.. “Il mio colore!” mi emozionai.
Non portava cravatte e, da questo, intuii che doveva essere un uomo senza troppi schemi.
Un lungo cappotto pesante gli cadeva sino ai piedi. Carnagione abbronzata, capelli neri che poggiavano sulle spalle robuste, due anelli d’argento e un sorriso eccezionalmente dolce. Molto curato e tranquillo.
Volevo conoscerlo, dovevo conoscerlo. Una scusa, mi serviva una scusa: mi tolsi l’orologio, nascondendolo nella borsetta. Mi avvicinai a lui e sorrisi
“Buongiorno, saprebbe gentilmente dirmi l’ora?”
“Buongiorno! Perché non toglie l’orologio dalla borsetta? Le sarà più facile carpire il tempo che passa. Piacere di conoscerla signorina… Il mio nome è Heart.“ accarezzò con una voce molto composta l’uomo.
Non ci credetti… Mi vide nascondere l’orologio.. Mi sentii colorare di rosso: l’imbarazzo mi rubò il cuore, ma lui aggiunse cordialmente:
Non si turbi signorina, fa sempre piacere conoscere nuove persone. Posso chiederle il suo nome?”
“Io… Io… Mi scusi, davvero. Mi chiamo Fiamma. Piacere di conoscerla Heart.” balbettai con voce tremante.
L’uomo m’incitò di nuovo con un sorriso a non rammaricarmi per un nonnulla. Conversammo molto a lungo, parlando di noi stessi, delle attività svolte e del motivo del viaggio.
“Il viaggio!” vociai.
Avevo perso la cognizione del tempo. E non solo: avevo perso il treno!
Non sapevo più cosa fare, avevo perso l’ultimo treno.. Dove avrei alloggiato? E quando sarebbe stato il prossimo? Avevo abbastanza soldi? Dovevo stare ancora in quell’orrenda stazione?
Quanti pensieri mi corsero nella mente come treni impazziti, in un solo, interminabile, minuto!
Heart cercò di acquietarmi con la sua incredibile calma:
"Io abito a pochi minuti di treno da qui. Se vuole posso aiutarla. Potrei cercarle un alloggio, oppure potrebbe anche stare da me, visto che abito solo. Se si fida, chiaramente.”
Dovevo fidarmi? Certo che no. “Non lo conosco nemmeno!” pensai.
Il mio cuore però mi lanciò un’emozione immensa. Era un segnale?
Heart, vista la mia indecisione, decise di proporre una cena, così da conoscersi meglio. Accettai, ma con indugio.
Durante quella sera mi sentii invadere da uno strano calore, da una sensazione di forte benessere e sicurezza, da tanti battiti del cuore ravvicinati e colmi di agitazione. Mi sentii strana, la mente era fissa sulle parole di lui: così sensate, vere, ragionate… Era così dolce, così tranquillo, cordiale e colmo di galanteria. D’un tratto mi sentii turbata da un pensiero: “Innamorata io? Dopo così poco tempo? Lo conosco appena.. Fiamma svegliati! Non stare sulle nuvole, rischi di cadere…”
Ma era troppo tardi, il mio cuore già cominciava a battere per quell’uomo così diverso.
Sono una donna ben curata, ma per niente attraente. Un tempo mi definivo una persona solare, ma non lo ero più. Gl’anni di solitudine mi avevano distrutto l’anima e, piano piano, mi lasciai trasportare dalla tristezza. Ci feci l’abitudine.
Ma quella sera mi sentii rinascere, come se Heart avesse riacceso la luce al mio interno.
Scoprii che lui si occupava di arte, insegnava tecniche di pittura. Disse che la cosa più importante nel suo lavoro era lasciarsi andare, mettere su tela o su carta la passione che si cela dentro tutti noi.
Dava molta importanza alla passione, alle emozioni, ai sentimenti. Non parlò mai di aspetto fisico, ma piuttosto del colore degl’occhi. Disse che il mio verde-blu di gli dava un’idea di persona molto tenera. Al quel punto credetti di arrossire, ma non fu così.
Decisi di accettare la proposta di stare da lui, non avevo nulla da perdere.
Fu la notte più magica della mia vita. Parlammo molto e, lentamente, scoprii un animo meraviglioso, un animo ricco d’Amore e passione, un animo raro e splendido.
Capì che avevo trascorso un periodo molto triste, così mi sussurrò:
“Non so cosa ti è accaduto, Fiamma, ma se le tue ferite sono ancora aperte, prometto di aiutarti a ricucirle. Insieme tutto è più facile. Hai bisogno di un amico che ti apprezzi per ciò che hai dentro e ti attribuisca il valore che meriti.”
Sorrisi, felice. Heart mi abbracciò: in quell’istante tutte le lacrime versate in tempi che mi sembravano remoti, sparirono. Fu come cancellare con la gomma un tratto di matita errato.
Un amico! Avevo trovato un amico. Aggiunse:
“Se un giorno la nostra amicizia si svilupperà in un sentimento più grande, non dovrai avere paura. Nella vita è il cuore che consiglia, non devi mai sfuggire alle sue emozioni. Vivi sempre ciò che senti dentro e non averne paura.
Soprattutto non avere mai timore dell’Amore. Anche se vedi che è diverso dalla normalità. Anzi, ricorda che la normalità non esiste. Siamo normali quando siamo noi stessi.”
Ora mi trovo qui, davanti a questo foglio non più bianco. Leggo la mia storia. La storia di un Amore mai terminato. Sì: Amore. Heart è diventato mio marito. E, insieme, abbiamo creato una stella: Anima, nostra figlia.
Mi sembrava importante trasformare in carta i ricordi che vivono nel mio cuore. L’ho imparato da lui.
È importante capire la meravigliosa morale dalla mia storia: in un luogo inospitale, circondato da infelicità e tristezza, in un periodo terribile della mia vita, quando avevo perso quasi tutte le speranze, è arrivata la mia stella cometa. Devo ringraziare quel piccolo filo di speranza che è sempre rimasto nel mio spirito: è solo grazie a lui che mi sono avvicinata a Heart, l’uomo tranquillo che vidi quel giorno alla stazione.
Non smettete mai di sperare, poiché la speranza è il motore della vita. Quando meno te lo aspetti, sarai giustamente ripagato per la tua forza e la tua volontà di credere che ci saranno presto giorni di sole. Vale sempre la pena vivere intensamente, poiché la felicità… è dietro l’angolo.
(scritta da Sara)
13:14
Scritto da: luigi655
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L'AMORE E LA PAZZIA

Si racconta che un giorno si riunirono in un luogo della terra tutti i sentimenti e le qualità degli uomini. Quando la noia si fu presentata per la terza volta, la pazzia, come sempre un po' folle propose: "Giochiamo a nascondino!" L'interesse alzò un sopracciglio e la curiosità senza potersi contenere chiese: "A nascondino? Di che si tratta?" "E' un gioco, - spiegò la pazzia - in cui io mi copro gli occhi e mi metto a contare fino a 1.000.000 mentre voi vi nascondete e, quando avrò terminato di contare, il primo di voi che scopro prenderà il mio posto per continuare il gioco." L'entusiasmo si mise a ballare, accompagnato dall'euforia. L'allegria fece tanti salti che finì per convincere il dubbio e persino l'apatia alla quale non interessava mai niente... Però non tutti vollero partecipare. La verità preferì non nascondersi. Perché, se poi alla fine tutti la scoprono? La superbia pensò che fosse un gioco molto sciocco(in fondo ciò che le dava fastidio era che non fosse stata una sua idea) e la codardia preferì non arrischiarsi. "Uno, due, tre..." cominciò a contare la pazzia. La prima a nascondersi fu la pigrizia che si lasciò cadere dietro la prima pietra che trovò sul percorso. La fede volò in cielo e l'invidia si nascose all'ombra del trionfo che con le proprie forze era riuscito a salire sulla cima dell'albero più alto. La generosità quasi non riusciva a nascondersi. Ogni posto che trovava le sembrava meraviglioso per qualcuno dei suoi amici. Che dire di un lago cristallino? Ideale per la bellezza. Le fronde di un albero? Perfetto per la timidezza. Le ali di una farfalla? Il migliore per la voluttà. Una folata di vento? Magnifico per la libertà. Così la generosità finì per nascondersi in un raggio di sole. L'egoismo, al contrario trovò subito un buon nascondiglio, ventilato, confortevole e tutto per se'. La menzogna si nascose sul fondale degli oceani (non è vero, si nascose dietro l'arcobaleno). La passione e il desiderio al centro dei vulcani. L'oblio...non mi ricordo...dove? Quando la pazzia arrivò a contare 999999 l'amore non aveva ancora trovato un posto dove nascondersi poiché li trovava tutti occupati, finché scorse un cespuglio di rose e alla fine decise di nascondersi tra i suoi fiori. "Un milione!" - contò la pazzia. E cominciò a cercare. La prima a comparire fu la pigrizia, solo a tre passi da una pietra. Poi udì la fede, che stava discutendo con Dio su questioni di teologia e sentì vibrare la passione e il desiderio dal fondo dei vulcani. Per caso trovò l'invidia e poté dedurre dove fosse il trionfo. L'egoismo non riuscì a trovarlo. Era fuggito dal suo nascondiglio essendosi accorto che c'era un nido di vespe. Dopo tanto camminare, la pazzia ebbe sete e nel raggiungere il lago scoprì la bellezza. Con il dubbio le risultò ancora più facile, giacché lo trovò seduto su uno steccato senza avere ancora deciso da che lato nascondersi. Alla fine trovò un po' tutti: il talento nell'erba fresca, l'angoscia in una grotta buia, la menzogna dietro l'arcobaleno infine l'oblio che si era già dimenticato che stava giocando nascondino. Solo l'amore non le appariva da nessuna parte. La pazzia cercò dietro ogni albero, dietro ogni pietra, sulla cima delle montagne e quando stava per darsi per vinta scorse il cespuglio di rose e cominciò a muoverne i rami. Quando, all'improvviso, si udì un grido di dolore: le spine avevano ferito gli occhi dell'amore...! La pazzia non sapeva più che cosa fare per discolparsi; pianse, implorò, domandò perdono alla fine gli promise che sarebbe diventata la sua guida.
Da allora, da quando per la prima volta si giocò a nascondino sulla terra, l'amore è cieco e la pazzia sempre lo accompagna.
opera di Bea
12:10
Scritto da: luigi655
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05/11/2007
L'appuntamento

Nei miei sogni è sempre sera.
Le luci calde delle vie sono riflesse dall’asfalto umido. Ha smesso di piovere da poco ma non fa freddo. Potrebbe essere autunno inoltrato o uno di quei primi giorni d’inverno mitigati dallo scirocco. Le macchine hanno smesso da un po’ di invadere la città. Potrei essere ovunque; poco importa se nella mia città o in qualche altro posto. Alle volte ho l’impressione di trovarmi in qualche paese dell’est, dove non sarebbe così difficile trovare quel tipico freddo secco che non irrigidisce. Nonostante abbia appena smesso di piovere, la bassa pressione di quei luoghi potrebbe portare da lì a poco una nevicata.
Il più delle volte mi sento solo. E’ solo una sensazione perché se mi volto posso vedere qualcuno dei miei veri amici. Ma la cosa più straordinaria e peculiare è che in un modo o nell’altro c’è sempre lei. Lei c’è sempre, in un modo o nell’altro.
Il discorso sarebbe dovuto continuare, perché quelle frasi di Natale sembravano un argomento appena toccato e non concluso. A riaprirne uno lasciato alle memorie del cuore. Come fosse Lei a voler agganciare, questa volta, dei significati abbandonati da tempo.
Qualcosa, forse (non nella mia testa), aveva abbattuto alcune delle mie barriere. Non credo Lei se ne fosse mai create, senza il bisogno reale di farlo.
La metafora più azzeccata potrebbe essere il gesto di una carezza. Questo mi sembrava il suo dolce modo di farmi capire che in qualche modo mi voleva bene, comunque. In un modo generico, forse distaccato. Disinteressato, uguale al modo in cui avrebbe potuto volerne a tanti altri. Eppure unico, perché lo voleva per me, dopo tutto. Questo mi faceva sentire così fragile eppure libero di chiudere gli occhi. Mi faceva sentire stupido ma felice di esserlo stato, nella peculiarità della storia che era stata. Mi faceva sentire diverso e importante. Un po’ importante anche per Lei.
Mi voltai e lei era lì. Nella mia mente frullava l’insana razionalità del dovermi porre nei suoi confronti in un certo modo. Era semplice, schematico, piuttosto efficace. Ma quanto poteva essere sano nell’economia di un sentimento che era riaffiorato in tutta la sua forza? Un albero che non poteva rimanere prigioniero dell’asfalto e prorompeva in tutta la sua potenza naturale.
L’emozione dell’Amore mi aveva sempre reso privo di difese. Stupido, delirante. Orgoglioso e debole. Ora era diverso si… ero diverso, ora. Ma era diversa anche Lei, tutto era cambiato. E potevo guardarla negli occhi e sorriderle senza paura. Perché Lei sapeva chi ero e io sapevo chi era Lei. Sapevamo ancora poco eppure tutto, l’uno dell’altra.
“Ciao piccola.. “. La salutai così.
Fino a poco tempo fa non avrei mai detto una cosa del genere. Non era tanto il fatto che la frase, detta in questo modo, rappresentasse qualcosa di profondamente intimo. In questo caso non l’avrei mai detta di certo a Lei. Partivo dal semplice presupposto, che un approccio del genere sembrasse un po’ troppo da film americano. Sembrava una frase da vitellone di altri tempi. Da bullo mammone. Da checca nascosta. Una coperta troppo corta, che svelava piedi rozzi e sporchi. Ma adesso, nel mio essere e nel mio pormi, ciao piccola era altro. Era far essere materia ciò che era emozione astratta. Era la carezza che avrei voluto darle. Non avevo paura, non ne avrei avuta mai più. Era dire quello che pensavo, ma soprattutto era dire quello che sentivo. Un bacio sulla fronte prima di darle un bacio sulla fronte. Una stretta e un abbraccio simbolico, più intimo e concreto dell’abbraccio di un amante.
Misi la mia mano sulla sua guancia fredda, calda solo nel punto in cui la sua pelle era più rossa. Un bacio distratto sulla guancia. Un saluto normale, com’ero abituato con tutti i miei amici. Casto, neutro eppure tanto amorevole.
“Ciao”. Rispose, strana.
Punto.
Non lo so. Mi riesce difficile dire o pensare qualcosa su certe realtà, nei rapporti tra le persone.
E mi chiedo sempre da cosa dipenda il fascino totale che solo poche persone sanno esercitare su di me. E’ inspiegabile il modo in cui Lei sappia dire una parola qualunque nel modo in cui solo Lei la dice.
Parlano i suoi occhi, parla il suo viso, parla il modo in cui piega la testa. E parla il suo modo di far finta di non guardare. Parla il suo modo di sorridere senza farlo.
Sembrava volesse continuare a parlare. Mi guardava come se avessi mancato all’appuntamento di un’ora e mezza. Non fosse che la cosa mi sembrò abbastanza strana già di per sé, arrivai con grande anticipo senza neanche sapere dove ci saremmo visti esattamente. Che cosa avrebbe voluto dirmi? Se mai avesse avuto qualcosa da dirmi… perché quell’appuntamento? Un appuntamento dal niente, da poco. Da cosa?
Continuava a ronzare inutilmente in me un pensiero " o forse un inquietante, strano desiderio " che accadesse ciò che non sarebbe dovuto accadere. Se non altro che Lei, beh questo lo sanno ormai anche i canyon di Marte, stava sempre (ecchepalle) con il suo ragazzo. Anch’io. Cioè, anch’io stavo con qualcuna adesso. Stavo con qualcuna? O qualcuno stava con me? Alle volte nell’idiozia delle mie congetture meschine riuscivo a odiarmi da solo.
Non so bene come accadde.
Il suo viso (lì, lontano e meraviglioso, superbo) sembrava stranamente triste, compito perlomeno. Non avrei saputo definirlo bene in realtà. La sua espressione celava indecisione (Lei, poi!) o un desiderio nascosto male. Era una commistione indecifrabile di volontà e costrizione. Voleva ma non voleva. Una forza inarrestabile la spingeva a qualcosa che desiderava eppure non sapeva se desiderare.
Si alzò dal marmo freddo dei gradini sui quali si era seduta prima di trovarci. Mi venne incontro e inaspettatamente mi abbracciò forte. Le mie mani, basse lungo il corpo, per prima cosa, in un inganno di emozioni, trasmisero alla mia testa la sensazione della lana cotta del suo cappotto nero. Ma subito tutto fu mescola e miscela di sensazioni materiali e immateriali. Il suo profumo (oh, non si può dire a parole.. no! c’ho provato mille volte fallendo miseramente). Il profumo dei suoi capelli e la loro morbidezza sulla mia guancia destra.
Spinse la sua guancia, ora decisamente più calda, contro la mia. Sentii il tepore e la sensualità della sua bocca sfiorarmi appena la guancia in un piccolo bacio di saluto di poco accennato. Il tempo dilatato sembrava fermo e incalcolabile.
Rimase lì a stringermi, attendendo qualcosa da parte mia.
Che cosa dovevo fare, che cosa potevo dire? Niente. Non feci niente. Perché sospirai e chiusi gli occhi. A prendermi quell’istante senza fine; di uno di quegli istanti senza fine che solo Lei poteva darmi. E paradossalmente l’unica cosa che potevo avere da Lei.
Con gli occhi chiusi, sprofondai in uno stordimento forte e in un sospiro profondo. Potei solo immaginarmi il vapore acqueo che usciva dalla mia bocca (mi piaceva questa fantasia malinconica e allo stesso tempo profondamente romantica, uno struggimento ulteriore auto inflitto).
Poi, per distogliermi, feci un leggero moto, impercettibilmente all’indietro. Appena abbozzato, minimo, minore. Quasi non l’avessi fatto; istintivo, forse inesistente. Mi trattenne. Per godere ancora un po’ di quell’abbraccio, mentre le mie mani ora le cingevano la vita, appoggiate sui fianchi. In risposta al mio leggero arretrare, l’inizio di una volontà inconscia, Lei mi strinse ancora più forte e ruotò lievemente il mento verso il contatto dei nostri visi. Riuscii ora a sentire chiaramente la morbidezza e il calore delle sue labbra. In un respiro silenzioso e delicato, la sua bocca si appoggiò e si mosse, in un movimento strano e dolcissimo. Mi baciava distrattamente sulla guancia e allo stesso tempo cercava di farsi strada sul mio volto; alle volte sfiorandomi altre lasciandomi sentire il tepore della bocca leggermente aperta e umettata. Era chiara la lotta che Ella stessa combatteva. Il desiderio che c’era e voleva sopprimere. Forse per Lei, forse solo per me.
Non so bene come accadde. Ma lo sentì perfettamente.
Un brivido immenso mi percorse la schiena, quando non potevo sentire altre sensazioni oltre a quelle che lei mi dava. Perché la sua bocca toccò piena di ardore la mia in un angolo. Non poteva essere, eppure era stato. Era chiaro, non era solo l’inganno di un mio profondo desiderio somatizzato.
Feci finta di niente, aspettai ancora un attimo e mi ritrassi con disinvoltura; senza istinto, senza veemenza. Mi voltai, tenendo la sua mano con la mia mano destra. Dissi qualcosa (che non potrei ricordarmi neanche sotto tortura dati i bombardamenti emozionali a cui ero sottoposto). Feci per dirigermi fuori dal portico sotto cui ci eravamo incontrati, tirandola dolcemente con me per poi lasciarla andare. Per un istante la guardai ancora, ad invitarla a seguirmi. Forse, in realtà, se ben ci penso, io non dissi niente. Da quando ci eravamo incontrati. A parte il saluto.
Il mio sguardo (fintamente) distratto, notò uno dei suoi gesti più belli e peculiari del suo essere. Per distogliersi da quel piccolo imbarazzo che si era creato, strinse le spalle e gli occhi. Un gesto più esplicito e esaustivo di una complessa risposta a parole.
Continuai a muovermi come se niente fosse, attraversando la stradina che si presentava appena fuori dal porticato. Attirato da una vetrina illuminata da una luce calda e rossastra mi soffermai a rimirare un dipinto del ‘600 esposto. Una dama in ghingheri piuttosto barocchi. Penso si trattasse di una galleria d’arte ma il problema di sincerarmene in quel momento non mi si era presentato per niente.
Non guardavo il quadro. La luce della mostra, abbastanza forte e soffusa dava un intenso effetto di riflessione alla vetrina squadrata. Notai la figura di Lei riflessa oltre la mia avvicinarsi quasi subito e comparire chiara e limpida. Si fermò, qualche metro dietro di me con la testa leggermente piegata in avanti. Guardava per terra e poi guardava me attraverso il vetro. I nostri sguardi si incrociarono nuovamente sullo specchio per poi distogliersi.
Credo di sapere che cosa potrebbe aver immaginato.
Per un motivo o per l’altro Lei aveva capito che in qualche modo avrebbe potuto desiderarmi. Tolto ogni altro orpello del nostro burrascoso passato. Forse, credeva, che ora fosse troppo tardi e si era esposta oltre ciò che le avrei consentito.
No, non era questo.
Non la vidi più, immerso nelle mie congetture. Quando mi voltai ancora, per capire dove si fosse diretta, la ritrovai nella stessa posizione dell’inizio del nostro appuntamento.
Seduta sul marmo dei gradini di quel portone sotto al porticato, stringeva le gambe contro il petto trattenendole in un abbraccio. La frangia nera a coprire mezzo viso e la sua bellissima espressione di incertezza e convinzione; di scelta voluta in un contesto dove scegliere non poteva dipendere solo da lei. Da lì, in un iperbole abbastanza strana, vidi quanto poteva essere misterioso e imprevedibile l’amore. Semplice e complicatissimo.
Camminai calmo e la raggiunsi, per accarezzarle il viso.
“Ma scusa, ti sembra… “. Cominciò a dirmi qualcosa, mentre i suoi enormi occhi neri sembravano sull’orlo di far scendere una lacrima. L’avevo già vista piangere. L’avevo vista piangere per me, una volta.
“E’ che mi sembra tutto così strano. Scusa tu non stai con… ? E poi.. ”.
Forse non era la direzione esatta in cui portare il discorso, ma entrambi avevamo bisogno di un cenno concreto. Di una risposta seppur minima.
L’Amore non è “cosa” e “come”. Purtroppo, fortunatamente, non è neanche il giardino dell’Eden.
Ma è misterioso e insondabile, tutto da scrivere e già segnato. Travolgente, impensabile. Concreto e intangibile.
“Forse non hai notato che a quella cena di Natale… “. Si l’avevo notato che a quella cena di natale… . E avevo fatto finta di non saperlo notare. Avevo desiderato aver avuto qualcosa da notare e anche se fosse stato, non potevo permettermelo con Lei.
Le fermai il moto di parlare, appoggiando il pollice della mano destra che l’accarezzava, sulle sue labbra. Mi avvicinai e, adesso si, cominciai a baciarla teneramente sulla bocca. O forse cominciò Lei, quando capì che non potevo aspettare oltre, dopo tutti quegli anni d’attesa (oh, se t’avrei aspettato anche mille anni amore mio… ). Chiusi gli occhi. Perché era l’unica che potevo baciare chiudendo gli occhi. E il bacio non finiva mai, come l’amore è infinito. E quel bacio fu caldo, appassionato, dolce come un’albicocca maturata al sole estivo e appena colta. Quel bacio fu nuovo e fu antico. E fu tutti quei baci che ci eravamo dati e non avevamo saputo tenere nel cuore per una ragione o per l’altra. Era le nostre mani che si tenevano forte e delicatamente; era il nostro profumo che diventava un’essenza unica e rara. Era qualcosa che si poteva trovare solo nei racconti, solo nei ricordi. Solo nei sogni. Perché la sua bocca era calda e soave, e baciarla era come mangiare dall’albero il frutto del mirtillo e della mora. Era sentire il profumo del fiore della rosa e la sua pelle era delicata seta fragrante.
Nei miei sogni, il più delle volte, è Natale. E io e lei siamo liberi di amarci.
Non so bene come accadde.
Ma accadde.
09:50
Scritto da: luigi655
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10/10/2007
Grazie......

Non esiste nulla di più autentico di più gratificante e, insieme, di più sconvolgente dell'amore, dello straordinario potere che esso ha su chiunque provi questo nobile sentimento.
L'amore ci salva dall'apatia, dall'egoismo, della noia e, così, ci rende vivi, appassionati, entusiasti.
Ci pone spesso davanti a dure prove, di fronte alla difficoltà e al grande impegno di affrontare giorni di inquetudine e di tristezza, trascorsi nell'attesa di un chiarimento, ma, allo stesso tempo, ci offre anche la meravigliosa opportunità di vivere momenti di euforia e di trascorrere attimi immensi che splendono di una luce accecante, capace di farci guardare ogni cosa dal lato migliore.
C'è una forza straordinaria nell'amore, capace di far brillare miracolosamente gli occhi, di trasformare il pianto in sorriso, di dare conforto anche ai dolori più profondi.
Esso prevade l'animo di nuovi propositi e ci dà il coraggio di affrontare ogni singolo giorno con un pò di speranza e di allegria in più.
A volte però capita che siamo noi stessi a voltare le spalle all'amore, a chiudergli il nostro cuore, a fuggire le sue "tentazioni", e spesso lo facciamo per timore di essere privati di qualcosa , in nome di una libertà alla quale per nulla al mondo vogliamo rinunciare.
Allora, voltare le spalle a quel sentimento significa "avere paura in partenza": così rinunciamo alla felicità, perchè essa non si realizza mai in un unico individuo, ma ci tocca e ci avvolge solo attraverso le persone che abbiamo intorno, ci confonde e ci conquista attraverso le loro azioni e le loro parole.
Amare, infatti, non vuol dire rinunciare, ma significa condividere la nostra libertà con qualcuno che stimiamo profondmente e verso cui proviamo un sentimento ad un trasporto indescrivibili.
Chi vive solo per se stesso rinuncia a tutto ciò, festeggiando in solitudine le proprie conquiste e cadendo sulle proprie ginocchia nelle dure sconfitte.
Non ha capito invece che in due si urla più forte per la gioia e ci si rialza più rapidamente dalle cadute.
Grazie davvero....tu hai questo potere su di me!
angelobiondo
18:35
Scritto da: luigi655
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25/09/2007
Una persona speciale

Di te ricorderò tante cose. Anche se solo per un piccolo periodo, hai cambiato la mia vita ma soprattutto mi hai resa felice. Mi hai trasmesso la tua voglia di vivere, mi ha donato più di una volta un sorriso quando credevo che fossi rimasta sola al mondo, mi hai aiutata a crescere e a capire dov’è che sbagliavo con gli altri. In concreto non siamo mai stati insieme ma teoricamente solo io e te credo sappiamo ciò che abbiamo vissuto e come lo abbiamo vissuto. Mi hai guardata sin dal primo istante con occhi desiderosi, assetati di me e di tutto quello che era il mio modo di essere. Mi hai fatto innamorare con lo sguardo, sei entrato dentro di me come un uragano e il vuoto che porto con me adesso è difficile da colmare. Ho creduto più volte di essere tua e nei tuoi baci trovavo conferma di ciò che pensavo. Non ho mai osato chiedere di più, non ho mai voluto affrettare i tempi, ti ho rispettato perché pensavo tu stessi rispettando me. Avevi ragione a pretendere tempo, avevi ragione ad aver paura anche io ne avevo e molta, ma mi fidavo di te, mi cullavo nei tuoi gesti, mi rispecchiavo nei tuoi sguardi e mi piaceva, mi bastava…Forse avresti dovuto prevedere che mi sarei potuta innamorare, forse un bacio in meno avrebbe alleviato un pochino di più il dolore dopo ma non è stato così, travolto anche tu dalla passione hai continuato come me ad ingannare te stesso che tutto stesse andando per il meglio, che non era importante essere legati da una parola ma dal piacere che si provava stando insieme. Non so se hai mai perso la testa per me, tuttavia credo mi volessi bene e ancora oggi questo basta. Ero spaventata come te, ma allo stesso tempo pronta ad iniziare qualcosa di bello insieme, il tuo mondo cominciava a far parte del mio e tutto ciò che ti riguardava mi dava sicurezza, non avevo pretese, non mi aspettavo grandi cose, non ho fatto castelli in aria, ho solo avuto voglia di provare… Se solo avessi avuto meno paura, a quest’ora forse ti avrei chiamato amore, ma non importa. Grazie per quello che mi hai dato e per avermi permesso, almeno per un po’ di sentirmi tua.
08:46
Scritto da: luigi655
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24/09/2007
La stanza
Ne avevo perso la chiave, o meglio, era da qualche parte nella grande casa. Poi, l’ho trovata ed ho aperto la stanza. Lo sapevo quello che ci trovavo: fantasia e polvere degli anni. Vecchi libri con tecniche sorpassate di cui, all’epoca, conoscevo anche le virgole.
Era malinconica Giada quel giorno, per questo era entrata nella stanza della sua adolescenza, all’ultimo piano della sua complicata testa.
Una pista da ballo all’aperto illuminata da luci, suoni, musica e tanti schiamazzi e giovani risate fanno grande questo dopo-cena di un qualsiasi giovedi del mese di luglio. Non é stato facile convincere i genitori per questa uscita e ancora meno impedire al cuore di fare tutto quel rumore… . Niente é stato facile stasera neanche stendere l’ombretto sopra le palpebre e vestirsi; solo i capelli non hanno dato problemi, loro non li danno mai, li lavi, arrovesci la testa, li asciughi e tornano lisci sulle spalle. Che emozione! Stasera ci saremo tutte e tutti. Non sono mai stata presa fra le sue braccia, neppure per ballare, ma stasera tutto quello che sogno da tempo si avvererà ed io non sono pronta, conoscendomi può darsi pure che si rompa il tacco ai sandali. Controllo, sono a posto. Lui é assieme agli altri davanti all’ingresso. Le sue lunghe gambe sono fasciate da un paio di pantaloni di velluto a coste grandi color gelato alla crema, la camicia é celeste chiaro con le maniche tirate su fino al gomito, odora di fresco bucato, ne percepisco il profumo; ma che piedoni! Sono fasciati da scarpe alte, scamosciate chiare, il colore é simile ai pantaloni, spero siano leggere, altrimenti poveretto con questo caldo!
Caspiterina, il ballo con Lui! Un lento! Preferivo iniziare con uno svelto almeno potevo calmare questa agitazione interna e questo rossore che brucia da morire sulle guance, mi sembra pure di balbettare…! E’ talmente alto che non so dove mettere le braccia! Va tutto bene; é Lui che si curva e scende alla mia altezza. E’ come avevo sognato e come mi aspettavo che fosse. Vivo una favola e spero che questa musica non abbia fine. La sua bocca si apre e cerca la mia. Non ho esperienza e non mi dispiace, ma magari forse Lui si aspettava qualcosa di meglio…, lo faccio presente e vedo che si rabbuia. Stai a vedere che ho rovinato tutto. Sono troppo sincera, troppo impulsiva e troppo imbranata. Non succede niente, si continua a ballare, speriamo che abbia capito cosa volevo trasmettere. Oddio, intelligente lo é, ma non ho la più pallida idea circa la sua pazienza.
Luglio é finito, partiamo tutti per le vacanze, ci vediamo alla fine di agosto. Soffro, non m’importa neanche di andare al mare; chissà se alla fine di agosto troverò cose diverse. Mi ha salutata con allegria e senza baci appassionati, non é per niente dispiaciuto; Lui andrà a Napoli ed é felice.
Mi faccio coraggio e spedisco una lettera, con la penna sono meno impacciata che a voce; é una lettera allegra, ho conosciuto tanta gente e ci divertiamo, penso a Lui ma non ho il cuore a pezzi.
C’é posta per me! Riconosco la sua calligrafia. Sono felice. Non riesco a calmarmi, nascondo la lettera e la vado a leggere in bagno. Voglio vivere in solitudine questo momento di gioia. Adesso spero che agosto passi in un soffio.
Settembre non é stato un bel mese. Il sogno si é frantumato in mille pezzi ed anche la mia adolescenza. Sono cresciuta. Indosso un’armatura per evitare incurabili ferite.
Mentre Giada chiudeva la stanza pensò:
- “eh dire che ci sono state in seguito, generazioni che non hanno avuto dei sogni così, hanno cavalcato passioni travolgenti, senza ballare un lento di giovedì del mese di luglio con batticuore ad occhi chiusi, sicure che il centro del Mondo fosse proprio quella pista da ballo…!” -
SANDRA CARRESI
14:48
Scritto da: luigi655
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Ti guardo dormire
Ti guardo dormire. Nell’ombra ciascuno appare per quello che è: la notte, un corpo stanco che dorme, ignorando che il mondo continua a girare, e il cuore continua a battere, il sangue a pulsare nelle vene. Sogni, forse. Ciascuno sogna, ma chissà come di quei sogni gran parte delle volte non rimane memoria, e allora sì è come se quella notte tu non abbia neppure vissuto. E’ come se tu fossi scomparso per una notte intera da questo mondo, e poi, appena sorge il sole, ti trovi lì e non sai nemmeno perché. Oppure, ti chiedi perché anche quella mattina il sole sia sorto per te, perché la sveglia abbia suonato, togliendoti dal dolce oblio di una notte senza sogni, e quasi ti viene da piangere, una tristezza ti scuote le membra intorpidite e sai che se non la freni, potrebbe esplodere in un pianto dirotto, che investe tutto, ciò che fu, ciò che è, le lenzuola pulite, il cuscino con l’impronta ancora calda della tua testa, perfino il tuo futuro, che al momento è circoscritto alla giornata: pensi solo che vorresti fosse già finita, per ritornare in quel mondo lì, dove non c’è memoria. Questo prima di conoscerti, amore. Tutto quello che si dice sull’amore è vero: che ti strappa il cuore, che ti fa soffrire, piangere, che ti uccide lentamente, a volte. Ma c’è ancora qualcosa che non è stata detta: anche se tutto ciò fosse vero, l’amore rimane l’unica cosa che dà un senso alla tua vita. Ci si può perdere negli occhi di un’amica, si può desiderare molto l’abbraccio di una madre un giorno in cui tutto sembra andare storto, si può perfino provare simpatia per quell’uomo che ora sta passando proprio sotto la nostra finestra - con un giornale sottobraccio e una tuta blu, va al lavoro forse - quasi quasi lo saluto dalla finestra… Diresti che sono pazza… Ma nessuno passerebbe la notte sveglia a guardare un’amica o la propria madre o sorella dormire, sapendo che il giorno dopo non è nemmeno domenica, ma che come ogni altro giorno della settimana ci si deve svegliare presto, passare dalla posta, poi in ufficio fino alle 14.00… Diresti che sono pazza… Si, di te. Ecco, il trucco è questo. Trovare qualcuno per cui sei capace di fare le cose più impensabili, e quelle più dolci, quegli occhi in cui potresti perderti; quegli occhi che riconosceresti anche se ti ponessero in un’immensa stanza, grande quanto Place de la Concorde, di fronte a migliaia di uomini scelti uguali al tuo uomo-tu amore- e tu, e io, sul mio sgabello di legno, in piedi, punto il dito verso di te e dico “Sei tu”. Non c’è nessuna magia, l’amore forse è uno dei meccanismi che ha messo appunto l’evoluzione, forse è un gioco, ma nessuno può dire che non esiste… E’ come un treno, prima o poi passerà anche da questa stazione, bisogna attendere. Se così non fosse, io starei qui, seduta accanto a te nell’ombra, perdendo inutilmente il mio sonno, la vita non avrebbe senso e per quel che mi riguarda potrebbe anche terminare qui, senza di te, domani, oppure oggi stesso. Nell’istante in cui ti scrivo il mio cuore potrebbe cessare di battere… Puff…
Non staremo per sempre sulla Terra, un giorno i nostri corpi saranno cenere, e non sarà mai abbastanza il tempo per amarci… Anche questa notte, come le altre, noi la trascorriamo in quel mondo dove non c’è memoria… Amiamoci quanto basta, non amiamoci troppo così che non sia mai abbastanza…
14:25
Scritto da: luigi655
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